Commento domenicale 04/10/2026
04/10/2026 XXVII Domenca T.O. anno A
Liturgia nella Santa Messa.
Ci sono tre momenti nella messa in cui il sacerdote solleva dall’altare l’ostia ed il calice. Sono tre momenti diversi con significati rituali diversi.
Una prima volta nell’”Offertorio” vengono presentati il pane ed il vino, è un gesto semplice: non c’è bisogno di sollevare molto l’offerta, quasi a mostrarla all’assemblea, vengono presentati al Dio dell’universo perché diventino per noi cibo e bevanda di vita eterna. Vanno semplicemente e naturalmente “presentati”, alzati, e poi deposti sull’altare. Naturalmente l’altare dev’essere spoglio di ogni oggetto che impedisca il vedere ciò che viene deposto, anche questo fa parte del linguaggio del rito.
Una seconda volta avviene durante il racconto dell’istituzione (la consacrazione o santificazione). Il sacerdote prende l’ostia ed il calice e li mostra all’assemblea: è l’Ostensione. Il Messale indica di sollevarli all’altezza degli occhi. E’ un gesto diverso dalla grande elevazione finale: qui si tratta di mostrare, di rendere visibile l’ostia ed il calice e sono “mostrati all’assemblea”. Potrebbe sembrare un particolare secondario, ma nella liturgia non ci sono particolari secondari. Durante il racconto dell’istituzione i concelebranti possono ripetere le parole sottovoce, ma non è necessario, potrebbero anche non farlo, l’azione sacramentale è fatta dal sacerdote che presiede e che opera in “persona Christi”, azione fondamentale: le parole del sacerdote è come non siano più sue, ma solo di Cristo e hanno l’efficacia che è propria della parola di Cristo. Da notare che nel racconto dell’ultima cena il sacerdote dice “rese grazie, prese il pane, lo spezzò”, ma in quel momento non lo spezza. Lo spezzare il pane avverrà più avanti, nel rito della fractio panis, prima della comunione. Anche se opera in persona Christi, non è Cristo e la Chiesa una parte l’ha voluta lasciare solo al Signore, almeno nella visione di una certa teologia.
Il rito parla attraverso i gesti, e ogni gesto dovrebbe aiutare a comprendere quello ciò che stiamo celebrando. L’O.G.M.R. suggerisce per coloro che stanno in piedi di fare un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette, come un unico atto di adorazione dell’assemblea col celebrante. Non è ancora la “grande Elevazione”.
La terza volta è alla fine della Preghiera Eucaristica, nella grande dossologia: “Per Cristo, con Cristo ed in Cristo, a te, Dio Padre, nell’unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli.” Qui il sacerdote eleva la patena con l’ostia ed il calice alzandoli sopra gli occhi, suggerisce sempre il Messale. E’ un gesto diverso dall’ostensione: non si tratta semplicemente di mostrare ciò che è sull’altare, ma di elevare l’offerta nella grande lode a Dio che conclude la Preghiera eucaristica. Questa grande “dossologia” (lode e gloria a Dio) è tutt’uno con l’anafora (racconto dell’Istituzione), per cui viene pronunciata dal solo celebrante e dai celebranti, e non dall’assemblea, contrariamente all’abitudine che qua e là si è presa.
Questa è’ la grande elevazione. E non è un caso che quando ci sono, i concelebranti partecipino a questo momento con il gesto e con la voce, pronunciando insieme al celebrante la grande dossologia, a cui ora risponde, in unità col celebrante, la fede dell’assemblea con l’AMEN.
Dal Messale leggiamo: “Nella Preghiera eucaristica si rendono grazie a Dio per tutta l’opera della salvezza e le offerte diventano il corpo ed il sangue di Cristo.“
Per questo credo sia importante comprendere appieno i tre gesti: presentare, mostrare, elevare, la liturgia non è soltanto compiere dei gesti, è un linguaggio che dev’essere capace di parlare all’assemblea, che significa entrare interiormente in ciò che il rito sta dicendo e facendo.
Buona domenica

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