2 gennaio 2022 – II di Natale C – Giovanni 1,1-18

Pubblicato da emme il

Eskenosen. Skenè, in ebraico significa tenda. Parola che leggiamo dal Siracide: “… colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda”. Parola che troviamo anche nell’originale greco del prologo di Giovanni. Noi leggiamo: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”, in realtà andrebbe tradotto… “piantò la sua tenda in mezzo a noi” o anche “si fece tenda per noi”. Scovo questa frase di Emmanuel Levinas: “L’assoluto si gioca nella prossimità, nel semplice gesto di accoglienza o rifiuto”. Se scrivo la parola assoluto con la lettera maiuscola intendo dire che Dio stesso si mette in gioco cercando la compagnia dell’uomo e abitando, insieme alla sua carne, la sua storia, le sue fatiche, le sue delusioni, le sue aspirazioni, i suoi sogni. Se scrivo la stessa parola con la lettera minuscola, come fa di fatto Levinas, intendo dire che non c’è niente di più sensato e necessario per l’uomo che farsi prossimo all’uomo al fine di qualificare ciò che è e al fine di riconoscere ed promuovere ciò che l’altro è. La tenda è casa provvisoria, è struttura agile da piantare e da spiantare perché la vita è cammino fatto accanto, insieme ad altri uomini e donne. Ogni vita è in movimento e la mia resta in movimento non solo per raggiungere gli obiettivi, gli scopi che mi sono prefisso ma anche per accompagnare il peregrinare di altri nella propria ricerca. Vita, la mia, che trova spazio nell’accampamento degli uomini, casa fra le case. Vita, la mia che si fa tenda, dicevamo che questa è un’altra possibile traduzione di eskenosen: farsi tenda per ospitare il travaglio d’altri, il bisogno di riprogettare percorsi, la necessità di una tregua dall’incalzare degli eventi, la fame di parole dolci, la sete di calda umanità. La vita come una tenda. Nel proprio esodo Israele ha sperimentato la compagnia fedele di un Dio che abitava la tenda piantata al centro dell’accampamento, un Dio che è rimasto in viaggio con un popolo per ovunque fosse si sentisse a casa. La mia vita spazio perché ognuno si senta a casa. Accogliere è un’altra bella parola che possiamo far risuonare all’inizio di questo nuovo anno, oltre che una sfida da raccogliere. Legare e raccogliere, potrebbe essere questo il significato etimologico. Radunare dalla dispersione per consentire di unificarsi e così rimettersi in cammino. Accogliere per raccogliere, diventare strumento per essere persone migliori. “Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. Nel rifiuto di Dio nella carne del Figlio, il rifiuto di tanti uomini e donne il cui bisogno non trova accoglienza. “La vita umana – scrive il filosofo boemo Jan Patocka – coincide con la ricerca e la scoperta dell’altro in sé e di sé nell’altro”. Accogliere ci conviene perché svela noi a noi stessi, rifiutare, tenere distante, ignorare l’altro è contribuire a dissolverci, è diventare inutili.


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