Domenica 12 giugno 2022 – SS. Trinità – Giovanni 16,12-15

Pubblicato da emme il

E che dire sulla Trinità? Leggevo anche di teologi che la mettono in dubbio definendola come un artificio, un costrutto teologico. Vi sfido poi a destreggiarvi tra le parole del prefazio di questa festa, così contorte, così lontane, cervellotiche, come a tratti le parole delle mie prediche… e allora come tentare di entrare dentro l’indefinibile, l’inafferrabile, l’incomprensibile? Raccolgo semplicemente qualche suggestione dai testi biblici che abbiamo sentito proclamare. Dal libro dei Proverbi mi lascio affascinare dall’idea che da sempre Dio è all’opera ma non da solo, c’è qualcuno con lui, qualcuno che assiste a ciò che fa, qualcuno che guarda, qualcuno che gioca, sì perché è proprio questo il verbo che si usa. Un Dio che gioca come giocano i bambini che animano di presenze, di suoni, di movimento quello che costruiscono: “Giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo”. Dio non è da solo come i bambini che preferiscono alla solitudine la compagnia di qualcuno con cui giocare. È triste giocare da soli come è triste la solitudine soprattutto quando non la cerchi e non la vuoi. Recentemente leggevo un articolo in cui si denunciava la triste deriva verso un mondo sempre più ostile alle relazioni. E non è solo colpa della pandemia e degli stratagemmi per evitare i contagi, vedi il lockdown, lo smart working, la didattica a distanza. Ci avevano già pensato i social network a renderci più soli. Pensate che in media guardiamo il nostro telefono 220 volte al giorno. Ed è tutto tempo sottratto alla relazione. Altro dato, sembra che l’8% delle persone che hanno fra i 30 e il 50 anni hanno pressochè perso i contatti con le persone che conoscevano. Oppure che il fenomeno dei ritirati sociali, cioè dei giovani che vivono completamente isolati, in Italia ha raggiunto quota 30.000. E poi si sfiora l’assurdo: in Giappone si sta diffondendo la pratica del solo wedding, un matrimonio in cui c’è tutto tranne il partner, oppure il fatto di poter affittare un amico per 40 dollari per un pomeriggio, o ancora immaginare che un robot diventi il tuo animale da compagnia, o anche fare la spesa in un posto in cui non c’è nessuno se non telecamere che rilevano ciò che prendi e ti addebitano il conto senza che ci sia l’incontro con un volto. In passato l’obiettivo era avere almeno cinque amici per poter abitare in salute il proprio corpo e la propria mente, oggi si afferma che ne basterebbe almeno uno per poter star bene. Forse non si può sperare di più. Uno in carne ed ossa non le centinaia o le migliaia su facebook. “Siamo diventati una società di numeri primi, di gente che si sfiora, si guarda da lontano, senza mai incrociarsi veramente, senza mai fondersi l’uno nell’altro”. Scusate questa lunga digressione ma ora mi rituffo nella parola di Dio e raccolgo un’altra provocazione, stavolta dal vangelo. Dalle parole di Gesù sembra emergere chiaro l’intreccio, lo scambio, il confronto, la complicità, l’intesa, la collaborazione, l’affiatamento: “Tutto quello che il Padre possiede è mio… e lo Spirito prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà”. È un’armonia che ha dei riflessi, delle ripercussioni, dei risvolti nella nostra vita se questo messaggio non ci resta estraneo. Nessuno spazio per la gelosia, la concorrenza, la competizione, l’antagonismo, l’arrivismo. La vita non è una gara ma è lo sforzo di combattere ogni avvilente solitudine. Recentemente una persona mi confessava di avere una natura fondamentalmente solitaria ma di aver anche deciso, ormai da qualche anno, di lavorare su di sé per scoprire e gustare il dono che è l’altro, per non accontentarsi di se stesso, per smettere di pensare che l’altro sia inavvicinabile e evitabile soprattutto a partire dal fatto che l’altro ti costringe a fare seriamente i conti con te stesso. La festa della Trinità è anche la festa di coloro che permettono agli altri di attingere al tesoro della propria umanità e fanno altrettanto per arricchire la propria. D’altronde, come abbiamo pregato nel salmo, siamo stati fatti poco meno di un dio, essergli simili significa in primis essere in comunione. “Come vivere questa vita che resta sempre un duro mestiere da imparare? Come gli altri, scrive Enzo Bianchi in un articolo che abbiamo riportato anche sul foglietto settimanale, come gli altri, quindi senza prepotenza, con gli altri, mai senza l’altro, per gli altri, e gli altri cessano di essere l’inferno, come affermava Sartre. Quindi: sentiti come gli altri, sta con gli altri, vivi per gli altri.


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