Domenica 19 giugno 2022 – SS. Corpo e Sangue di Cristo – Luca 9,11b-17

Pubblicato da emme il

Si parla di cinquemila uomini, altrove nei vangeli si precisa: “senza contare donne e bambini” (Matteo 14,21). E allora in chissà quanti saranno stati. Ma la cosa che mi pare interessante è che vengano divisi e fatti sedere a gruppi di cinquanta. Giovanni precisa che “c’era molta erba in quel luogo”, particolare simpatico, si sta meglio se si è seduti sull’erba. Ma l’intento di Gesù qual è? È solo un modo per fare ordine e poter gestire meglio la situazione, la confusione non doveva essere poca… No, credo sia piuttosto il tentativo di dar forma ad una comunità, se cinquanta persone si mettono insieme, non cinquemila o più, riescono a parlarsi, a sentirsi, a guardarsi in faccia, ad entrare almeno un po’ in confidenza, a superare la diffidenza, ad avvertirsi parte, membri, non estranei. Incontri gli occhi di qualcuno, e ciascuno esce dal proprio anonimato. Forse è per questo che quelle che noi chiamiamo comunità in realtà non lo sono. Siamo comunità? Io spesso, è più facile mi succeda a San Giuseppe rispetto a San Zeno, mi affaccio alla liturgia, mi guardo intorno e mi chiedo chi siano tante delle persone con cui sto iniziando a celebrare l’eucarestia. Sicuramente, e sono qui da sei anni, non ho ancora parlato con tanti di voi, non conosco i vostri nomi, le vostre storie. E voi probabilmente non conoscete il nome, la vicenda, della persona che occupa un posto accanto al vostro. Siamo comunità? Non è un rimprovero amaro, è la semplice constatazione che la comunità o è spazio di comunione, o è il cerchio di chi mette in comune ciò che è ed ha, o non è comunità. Le nostre non possono che essere aggregati umani semi anonimi che tutt’al più condividono, almeno idealmente, un annuncio. Ma non darei per scontato neppure questo. Domani si celebre la Giornata Mondiale dei Rifugiati, chissà qui dentro quante idee diverse ci sono circa il fenomeno del migrare, eppure leggiamo lo stesso vangelo. Chiaro è che il miracolo di cui racconta il vangelo non è il miracolo della moltiplicazione, parola che neppure troviamo nel testo in questione, è piuttosto il miracolo della condivisione, del mettere in comunione. Le parole che infarciscono le nostre liturgie sono altisonanti ma spesso vuote, speriamo diventino vere e piene nel nostro quotidiano là dove possiamo dar forma a comunità reali in famiglia, nel vicinato, sul luogo del lavoro, nel gruppo di interesse a cui aderiamo. Avevamo tentato di promuovere mensilmente una celebrazione eucaristica domenicale un pochino più intima mettendoci in cerchio, offrendoci la possibilità di parlare, condividendo insieme anche il pasto dopo aver spezzato il pane dell’eucarestia. La cosa è andata avanti per qualche mese e poi si è arenata, magari la riprenderemo proprio perché una soluzione, forse, sta nel creare occasioni spicciole, semplici, rapide di fraternità reale certo a partire dalla fede che professiamo, a partire dal vangelo in cui crediamo. Potrebbe essere un incontro settimanale attorno alla Parola spartita con qualche vicino di casa. Potrebbe essere un’azione caritativa promossa da un gruppo nei riguardi di una situazione vicina a cui offrire risposte di solidarietà, di attenzione, di prossimità. Potrebbe essere tante cose, e magari a partire proprio da questa eucarestia un po’ anonima, che lo è sempre meno visti i numeri, non siamo più quelli di prima della pandemia. Anche se, certo, fossero eucarestie meno ingessate, meno formali, meno anonime a me non dispiacerebbe. Ma non m’illudo, non bastano neppure i numeri piccoli a renderci comunità.


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