Domenica 28 settembre 2025 – XXV TOC – Luca 16,19-31
“Soffro terribilmente”. Di chi sono queste parole? Sono del ricco della parabola e le pronuncia quando la ruota della fortuna non gira più in suo favore. Il nostro dolore non è muto, si fa sentire, quello che soffriamo grida, il nostro patire alza la voce. Ed è giusto così. Il problema è un altro e sta nel fatto che è più difficile avere orecchi e occhi per il dolore degli altri. Il ricco non vedeva Lazzaro, di lui si accorgevano i cani. Ma d’altronde chi conduce una vita piena di sé non può curarsi di altri perché nella propria vita non ci stanno. Il profeta Amos è spietato quando descrive la vita di coloro che chiama spensierati, dei lobotomizzati, di coloro che hanno spento il cervello o forse hanno solo spostato le frequenze e avvertono esclusivamente i segnali che domandano di ascoltare se stessi e i propri bisogni: sdraiati: mangiano, canterellano, bevono, si ungono. Cose che facciamo, cose a cui, in qualche misura ci dedichiamo, e va bene se c’è appunto una misura ma se ci sequestrano la vita non va più bene. Paolo, nella prima lettera a Timoteo, l’abbiamo sentito, scrive: “Tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza”. Dietro queste parole c’è sempre un altro, un altro da vedere, un altro da sentire. Recentemente sono stato in vacanza, quindi mi sono preso del tempo per me, ma mi ha impressionato sentire dai compagni di viaggio che ogni momento libero dal lavoro, ogni weekend diventa occasione di fuga, smania insopprimibile di svago, consumo compulsivo di mete da collezionare. Ma se riempio il tempo di me, per te cosa rimane? Le briciole, come quelle che cadono dalla tavola del ricco del vangelo. Altre due cose ho notato e mi parlano: il proliferare di centri estetici, anche recentemente nel nostro territorio ne sono sorti come funqhi. E chiaramente sano curare il proprio corpo ma il corpo degli altri com’è messo? Un’altra cosa: vedo un sacco di giovani e non solo, esibire i propri muscoli, la tonicità dei loro corpi. Forse parlo per invidia ma mi impensierisce vederne tanti che in modo quasi maniacale scolpiscono, plasmano e forgiano, con sforzi disumani, corpi perfetti, lo vedo in Assan, in mio nipote Alberto, nei giovanissimi che narcisisticamente a torso nudo frequentano l’angolo degli attrezzi allestito nel parco del Donatore a san Zeno. Spero di non apparirvi retrò e bacchettone, non lo sono, ma non so se sono tutti segnali che dicono di quanto ci stiamo concentrando su di noi e smarrendo lo sguardo sull’altro. È narcisismo, è guardare se stessi fino a morirne per non aver saputo distogliere gli occhi da noi, per non aver regalato sguardi pieni di pietà per corpi sfatti, piagati e piegati. Nello show che hanno costruito attorno alla morte dell’attivista statuniteste Kirk ci hanno fatto mettere gli occhi su un tale che trascinava una croce con le rotelle. Spettacolo impietoso. La croce non è l’oggetto da scena che porti dove vuoi. Ma un’altra immagine si è imposta nei giorni passati: un ragazzo palestinese che, a piedi nudi, tra le macerie fuggiva da Gaza portandosi sulle spalle la sorellina in pianto. Per cosa abbiamo occhi? Non ci basti fissarli sullo specchio d’acqua che ha inghiottito Narciso, alziamoli su altro, su altri. Il ricco del vangelo quegli occhi li ha alzati troppo tardi.
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