Domenica 31 agosto 2025 – XXII TOC – Luca 14,1.7-14
Ma quando mai? Chi ti regala il primo posto? Siccome generalmente non succede sarà una corsa ad accaparrarselo. Funziona così. E attenzione, quel primo posto piace proprio a tutti, anche a chi sembra non interessi, anche a chi pare lo disprezzi, perché di fatto, è il bisogno di riconoscimento che abita il cuore di ciascuno. Ci sono e ho bisogno che tu dica: “Ci sei!”, ho bisogno che tu mi veda, che tu ti accorga di me, che mi consideri, che magari mi apprezzi. Ne ho bisogno. E chi lo nega ne ha più bisogno degli altri. Se non lo riconosce sta solo mentendo a se stesso. Siamo fatti così, tutto ciò che esiste sulla faccia della terra è prepotente, si fa largo, si dilata, conquista e sopprime, contiene e limita altro, … lo fanno gli animali, lo fanno le piante, lo facciamo noi e i sistemi di cui siamo gli ingranaggi: la politica, l’economia, l’informazione, la religione, la cultura. Imporsi sugli altri è lo sport che pratichiamo tutti, e tutto, da sempre. Il vangelo sembra voler correggere questa brutta piega che ha contagiato anche l’uomo, allora mettiti all’ultimo posto, sii umile, sii mite leggiamo anche dal Siracide e metti la museruola a superbia ed orgoglio. E poi spera che qualcuno ti veda e ti dica “Vieni più avanti”. Ma se nessuno ti vede? E quanti sono gli invisibili, quante volte io non sono visto, quante volte io non vedo gli altri, tanto meno gli ultimi della fila, neppure so che esistono. Allora vivo nella speranza muta che qualcuno si accorga di me? È quello che stanno aspettando alcuni, ma magari nel frattempo muoiono nel completo disinteresse dei primi, nella totale insensibilità di chi è già arrivato. Quindi è un male fare il possibile per essere visti o fare di tutto perché qualcun altro emerga dal suo anonimato? Credo di no, o almeno dipende dal motivo per cui lo faccio, da ciò che mi muove, mi ispira, mi guida. Se orgoglio e superbia sono le armi che mi fanno stare davanti, sopra, ma da solo, umiltà e mitezza non sono i mezzi deboli che mi tengono stupidamente indietro, sono piuttosto gli strumenti con cui avanzo, stavolta non da solo, per trovare lo spazio di cui ho bisogno ma solo quello di cui ho bisogno, il riconoscimento che mi basta, non la gloria smisurata. Umiltà e mitezza, ma non per stare indietro, zitti, passivi, inermi, succubi. Umiltà e mitezza, contro orgoglio e superbia, per andare fin dove si può arrivare, non oltre, ma comunque insieme e non da soli. Si può andare lontano dunque ma con calma perché la compagnia è fatta di poveri, di storpi, di zoppi e di ciechi, categorie che oggi vanno necessariamente rinominate. Si cammina insieme ma piano. Capite che è facile lasciare indietro qualcuno se ci sono tutti. È facile ambire al primo posto se il resto della compagnia arranca. L’umiltà e la mitezza sono gli ingredienti che servono non per non arrivare mai ma per arrivarci con tutti. È un miraggio? È un sogno. E sognare si può, si deve!
0 commenti