Domenica 5 settembre 2021 – XXIII TOB – Marco 7,31-37

Pubblicato da emme il

“Per il mortale, Dio è aiutare il mortale”. È di Plinio il Vecchio questa massima. “Magnifico”, commenta il teologo spagnolo Queiruga nel libro: Io credo in un Dio fatto così, in cui cita lo scrittore latino. “Che cosa significa credere veramente in Dio? – Continua Queiruga – La fede diventa reale e vera là dove qualcuno aiuta gli altri. Dio si fa presente, avviene, là dove avviene l’amore”. Dio è il gesto premuroso di chi prega Gesù perché un sordomuto torni a sentire e a parlare. Dio è Gesù che ascolta questa preghiera e trasforma, come leggiamo in Isaia, la terra bruciata in una palude, il suolo riarso in sorgenti d’acqua. Dio è noi che rompiamo il guscio dell’indifferenza, dell’apatia rispetto al bisogno di qualcuno. Dio è il mio cuore che non si indurisce davanti al tuo grido ma che piuttosto palpita e si commuove fino a far muovere la vita perché la tua cambi e migliori. È necessario fare verità in noi: cosa sento di fronte al dolore di tanti e cosa faccio di fronte a quel dolore? Quelli di Gesù sono gesti strani: metterti le dita negli orecchi e toccare con la mia saliva la tua lingua. Sono cose che a malapena faremmo alla persona con cui siamo più in confidenza. Cos’è questo gesto di Gesù? Perché questa esagerazione? Altre volte si era limitato a imporre le mani (è quello che gli chiedono chi gli presenta il sordomuto) oppure a dire semplicemente una parola autorevole. Qui va ben oltre, forse per raccontarci nei gesti un livello più alto di compromissione, perché guarire non è semplicemente sentire e parlare ma piuttosto sentire qualcuno e parlare con qualcuno. I miracoli di Gesù questo fanno: restituiscono al gioco delle relazioni, ti riconsegnano alla vita perché vivere, ripeto, non è sentire e parlare ma ascoltarti e dirti. Effatà, apriti. La parola aramaica che, con poche altre ritroviamo non tradotta dall’originale, a questo invita… apriti alla bellezza del tu. È parola che Gesù pronuncia anche su esistenze orgogliosamente autosufficienti, quanti di noi suppongono, da malati cronici, di bastarsi. È parola che Gesù indirizza agli spaventati dalla vita, ai timorosi di tuffarsi in essa, agli isolati che si tengono lontani da tutti. Apriti e incontra la vita. Il miracolo? Incontrare qualcuno che ti metta le dita negli orecchi e la sua saliva sulla tua lingua? Ma miracolo è anche accettare che avvenga, consentire a qualcuno di spingersi fin oltre il confine che hai segnato, ben al di là del muro che hai eretto per difenderti, da cosa? Dalla vita forse? Ma scappare dalla vita è morire. Dio, allora, è aderire alla vita e non pensare che sia affare d’altri, non mio. Dio e questo e Dio è mettersi sulla rotta di qualcuno perché possa riabbracciare l’esistenza trovando chi è disposto ad abbracciare la sua. Solo così Dio è, altrimenti Dio rischia di non essere.


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