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La parola del parrocoIn bacheca

Domenica 16 gennaio 2022 – 2a TOC – Giovanni 2,1-11

Là dove siamo, chi siamo, cosa facciamo? Gesù partecipa ad una festa di nozze. Abitualmente duravano più giorni. Probabilmente Gesù con i suoi ci arriva alcuni giorni dopo il suo inizio, se il vino è già finito. Forse gli ospiti sono stati più di quelli previsti ma si sa che […]

Là dove siamo, chi siamo, cosa facciamo? Gesù partecipa ad una festa di nozze. Abitualmente duravano più giorni. Probabilmente Gesù con i suoi ci arriva alcuni giorni dopo il suo inizio, se il vino è già finito. Forse gli ospiti sono stati più di quelli previsti ma si sa che tutti fanno festa se qualcuno si sposa, tutti possono sentirsi invitati, nessuno è escluso. Al di là di queste note di costume mi interessa che notiamo ciò che anche a me è stato suggerito di notare. Manca il vino! Maria se ne accorge ma non si limita a dire semplicemente che il vino è finito, dirà, come abbiamo letto: “Non hanno più vino”. Sì, manca qualcosa ma a qualcuno. Non è una sottigliezza, una questione di poco conto. Esserci dunque ma per che cosa o anzi per chi e quindi come? Questa è la reale questione. Non basta constatare semplicemente un fatto, un evento, è necessario coinvolgersi, compromettersi, interessarsi. Questo vangelo di Giovanni con cui si esce dal tempo natalizio e ci si introduce, pur brevemente nel tempo ordinario – la quaresima non tarderà ad arrivare – ci aiuta a fare anche qualche altra considerazione: il vino che finisce è come la vita privata del suo brio, svuotata della sua effervescenza. Tutti, prima o poi, facciamo i conti con la mancanza di vie di uscita, di alternative, di nuove prospettive… quante volte ci siamo trovati nella rassegnazione, nella condizione di tirare i remi in barca, di gettare la spugna. Momenti in cui sembra non ci sia più niente da fare o ragioni per cui continuare a lottare. Momenti in cui non si sa più cosa mettere in campo. Nel vangelo Gesù ci sprona a non demordere, a tentare l’intentato, a sperare. Il cardinale Zuppi nell’omelia del funerale che ha presieduto venerdì citava le parole di David Sassoli scritte in occasione dell’ultimo Natale: “il periodo del Natale è il periodo della nascita della speranza e la speranza siamo noi quando non chiudiamo gli occhi davanti a chi ha bisogno, quando non alziamo muri ai nostri confini, quando combattiamo contro tutte le ingiustizie. Auguri a noi, auguri alla nostra speranza”. Mettici quel che puoi, mettici tutto il tuo, forse non ti sei ancora giocato fino in fondo. È acqua? Pare possa andar bene anche quella! Qualcuno che sa scavare più a fondo di me nei testi biblici mi fa scoprire qualcosa di nuovo. Ai servi Gesù non ha detto di riempire d’acqua i contenitori svuotati in cui prima c’era il vino. No, chiede di riempire con l’acqua quelle stesse giare che già prima contenevano acqua, quella usata per la pratica della purificazione rituale, pratica a cui si sottoponevano gli ebrei per accostarsi alla festa non contaminati. Il gesto di Gesù potrebbe essere decisamente rivoluzionario se fatto per riabilitare la vita, tutta, anche quella considerata meno degna, meno adeguata, non in regola. L’impuro trova finalmente cittadinanza, l’irregolare viene riabilitato, riammesso, riaccolto. Ciò che riteniamo acqua per Dio è vino, e di quello migliore, il più rinomato. Ecco il vangelo di questa domenica, ecco la buona notizia. Siamo il vino con cui dar continuità alla festa, siamo il vino con cui continuare a rendere piacevole la vita e per quel che siamo. A Dio basta!

In questa rubrica:La parola del parroco, In bacheca

II.

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