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La parola del parrocoIn bacheca

Domenica 2 agosto 2020 – 18° TOA – Matteo 14,13-21

Il dramma segna la vicenda di Gesù, a suo cugino Giovanni il potere ha tagliato la testa per far tacere quella bocca impertinente da cui straripavano parole di denuncia. È la sorte dei profeti e Gesù che solca la loro scia comincia ad avvertire la minaccia che incombe su di […]

Il dramma segna la vicenda di Gesù, a suo cugino Giovanni il potere ha tagliato la testa per far tacere quella bocca impertinente da cui straripavano parole di denuncia. È la sorte dei profeti e Gesù che solca la loro scia comincia ad avvertire la minaccia che incombe su di lui se non decide di discostarsi quanto prima da quel pericoloso sentiero. Il bisogno di sostare altrove e da solo nasce probabilmente dall’esigenza di mettere ordine nei suoi pensieri e  partorire una decisione: radicalizzare le sue posizioni o abbandonare la sfida? Non ha il tempo di pensarci, di elaborare una scelta, la realtà incombe e preme. Saranno i fatti, ancora una volta, come capita poi nella vita di tanti, a costringerlo a seguire una certa rotta anziché un’altra. Qui una grande folla affamata di parole e poi di pane che fa convergere i pensieri e li incanala in una precisa direzione: la compassione contro la tentazione forte dell’indifferenza, accorgermi di te contro la facile opzione di ignorarti. Una grande folla e noi, puntualizzano i discepoli, non abbiamo che cinque pani e due pesci. Una grande folla, fatta di chi? Oggi diremmo, di tanti migranti che con ogni mezzo solcano il mar Mediterraneo e tentano la sorte per spartire quel bottino che per i nostri occhi è così misero, per i loro decisamente appetibile, sicuramente invidiabile. Bisogna che ci diciamo cosa sono quei cinque pani e due pesci. Ne uscirebbe forse che si tratta del tanto che non riusciamo a farci bastare, che non intendiamo condividere.  Ma quella folla è anche i tanti volti che cercano casa nella nostra chiesa o nella nostra società perbenista e non riescono a trovarla perché l’accesso è sbarrato dagli zelanti discepoli di oggi che hanno fatto delle loro idee le barricate per preservare l’ordine, la morale. Quanti marginalizzati per l’orientamento sessuale, per l’irregolarità della loro condizione affettiva, per il disagio di cui soffrono e che li segna nel corpo, nella psiche, nell’anima. La folla di allora come le folle di oggi non sono massa indistinta, è un puzzle di volti, ognuno diverso. Ed è solo incrociando i tuoi occhi, mettendo i miei nei tuoi che la compassione fiorisce, che la passione sboccia. Qualcuno definisce la nostra come l’epoca delle passioni tristi. È il titolo di un libro di qualche anno fa di due psichiatri: Schmit e Benasayag. Di ceste se ne avanzano dodici, e sono piene, e tutti hanno mangiato a sazietà. Questo dato più che rasserenarmi mi inquieta, mi infastidisce e mi fa dire che la reticenza, la resistenza iniziali sono il frutto della cieca e bieca insensibilità. Sono il risultato del mio bisogno di preservarmi contro il rischio di essere sfaldato dall’incontro esigente con l’altro che pretende brandelli di me, che sfalda la mia consistenza e mi sfilaccia, mi impoverisce. Quando guariremo? Un paio di giorni fa leggevo il contributo di un giornalista a proposito di quanto possiamo essere tristi noi: “Ripenso a quando, durante i mesi di quarantena ci ripetevamo che ne saremmo usciti migliori di prima. Laddove l’auspicio era che migliore stesse a significare una maggiore consapevolezza delle difficoltà di tutti. Era un momento particolare, delicato, di forte sensibilità ed empatia per il prossimo, o almeno così sembrava. E invece… Che fatica pensare oltre noi. Che fatica pensare a te!

In questa rubrica:La parola del parroco, In bacheca

II.

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