← La parola del parrocolunedì 3 maggio 20213 min di lettura
La parola del parrocoIn bacheca

Domenica 2 maggio 2021 – V di Pasqua B – Giovanni 15,1-8

Sono figlio di uno che ha un bel vigneto curato ma se mi credete non ho mai preso in mano una cesoia per tagliare e potare le viti di mio padre. L'ho aiutato a raccogliere l'uva, questo sì! Tagliare e potare. Perché si taglia? Per ragioni estetiche oppure per eliminare […]

Sono figlio di uno che ha un bel vigneto curato ma se mi credete non ho mai preso in mano una cesoia per tagliare e potare le viti di mio padre. L’ho aiutato a raccogliere l’uva, questo sì! Tagliare e potare. Perché si taglia? Per ragioni estetiche oppure per eliminare un trauma della pianta, per risolvere un danno o anche per imporre nuove direzioni ai rami perché si sviluppino in maniera diversa. E perché si pota? Perché altrimenti la pianta cresce in modo indiscriminato e produce, nel caso della vite, un sacco di grappoli ma generalmente piccoli e poco dolci. Quando non si interviene con la potatura il frutto finisce per essere buono solo per gli animali e se ne farebbe un vino abbastanza rudimentale. Se non poti la pianta produrrà in modo alternato, un anno sì e l’altro no e non riuscirai ad assicurarti un raccolto costante. Potare significa produrre un’uva migliore, più dolce, più buona, capace di offrirti un vino molto più interessante. La potatura è così importante da essere diventata quasi un’arte. Un’arte da affinare sempre più se, a maggior ragione, si tratta di intervenire sull’umano. Tagliare per ingentilirci, per offrire sterzate decise alla vita, per lasciarci alle spalle gli strappi peggiori. E potare per non accontentarci della mediocrità, per non restare in balia dell’incertezza, per permetterci di desiderare e di offrire il meglio. “Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato”, abbiamo letto dal vangelo. La Parola è cesoia, la lettera agli Ebrei (4,12) direbbe: “…spada a doppio taglio; (che) penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore”. Entrare in confidenza con la Parola di Dio è come offrirci uno strumento per intervenire sulla vita per tagliare e potare. È importante chiederci se la Parola sia riuscita o meno nel suo intento. In Isaia leggiamo che è come pioggia e come neve, non può scendere senza portare frutto, “non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata (55,11). Con noi la Parola riesce a combinare qualcosa? A spuntarla ogni tanto? La Parola che è strumento per tener viva una relazione. Non sono forse le parole che nutrono le nostre relazioni. Parola, quella di Dio che anch’essa e forse più di altre, nutre una relazione, la tiene in vita, le assicura vita. E intendo così il senso di quel ‘rimanere’ che torna e ritorna nel passo di oggi, rimanere come intreccio di parole che fabbricano relazioni e quindi vita. Cito con estrema delicatezza la vicenda di Matteo, il giovane di Bassano che, da quanto scrive in questi giorni suo padre, è morto perché le parole che ha incrociato sul suo percorso non le ha condivise, non le ha consegnate e sono diventate le parole che lo hanno consegnato alla morte anziché dilatargli la vita. Siamo vivi perché in relazione e la vita è il frutto dei nostri legami. Il più denso, il più significativo, ci permettiamo di dire, può essere quello con Gesù di Nazaret perché impreziosisce e riqualifica tutti gli altri. Senza relazioni non possiamo far nulla. Rimanere è garanzia contro la solitudine che uccide, disorienta, dilania, confonde. Rimanere è trovare linfa e portare frutto. Torno a citare una frase di Ireneo: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”. Che l’uomo viva questo è il frutto che deve maturare in ogni vita grazie al fatto che rimaniamo gli uni in comunione con gli altri. La parola del vangelo può aiutarci a vivere così? Credo proprio di sì, pur dentro la fatica di ridisegnare, tagliando e potando, forme e dimensioni perché tutti possano trovare spazio e accoglienza.

In questa rubrica:La parola del parroco, In bacheca

II.

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