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La parola del parrocoIn bacheca

Domenica 27 luglio 2025 – XVII TOC – Luca 11,1-13

Ti prego, mi ha detto tante volte Assan, con l'obiettivo di farmi cambiare idea, di accontentarlo, di cedere rispetto alle mie posizioni di fatto mai così rigide. Ti prego. Ma la preghiera chi cambia? Il destinatario o chi la fa? "Insegnaci a pregare", chiedono i discepoli di Ges

Ti prego, mi ha detto tante volte Assan, con l’obiettivo di farmi cambiare idea, di accontentarlo, di cedere rispetto alle mie posizioni di fatto mai così rigide. Ti prego. Ma la preghiera chi cambia? Il destinatario o chi la fa? “Insegnaci a pregare”, chiedono i discepoli di Gesù. Ma pregare non è apprendere una formula, fosse anche il Padre Nostro. Forse ve l’ho già detto, il papà di un ragazzo delle elementari che frequentava la catechesi mi chiedeva sorpreso perché il figlio non sapesse ancora il Padre nostro o comunque le preghiere. Lo chiedeva a noi, capite, come non fosse eventualmente compito suo insegnare al figlio a pregare. Ma poi pregare è questione di formule? Troppo facile. Io le ho imparate tutte, ma proprio tutte quand’ero piccolissimo e facevo compagnia di notte a Catina, un’anziana vicina, nei ripetuti ricoveri della figlia. Sotto quelle coperte le preghiere le abbiamo ripetute mille volte. Ma è pregare, dire preghiere? Pregare e quindi insegnare a pregare significa piuttosto entrare, o far entrare, nel processo che sposta il centro da se stessi. Io non sono tutto e quindi faccio spazio al tu ma in questo movimento di decentramento io cambio, mi trasformo. Non sono più Dio e divento io. Conscio del mio limite, della fragilità che mi è connaturale mi apro all’altro e smonto la mia arroganza, entro in comunione e abito la vita ampliando l’orizzonte, la preghiera mi introduce nell’oltre. La preghiera è quell’invadere di cui si racconta nella parabola al fine di decostruisce sicurezze e farci sperimentare l’incertezza. La preghiera è accettare di essere in balia dell’altro, e in questa condizione sta colui che prega quanto colui che è pregato. La preghiera tiene in bilico noi e tiene in bilico colui che preghiamo, foss’anche Dio, l’abbiamo sentito dal racconto di Genesi. Chi cerca trova, chi chiede ottiene, a chi bussa sarà aperto. Sto sempre con tanta fatica davanti a queste parole perché contengono il rischio di approcciare magicamente l’Altro, che è Dio e gli altri. Pregare non è imboccare una scorciatoia facile, pregare è faticoso. Chi cerca, come chi prega, invade perché cercando rischia di sconfinare in un territorio non suo. Chi chiede, come chi prega, invade perché disturba la quiete di un altro. Chi bussa, come chi prega, invade perché interrompe il flusso di una vita che va in una diversa direzione. Pregare è spostarsi e spostare. Pregare è cercare quel meglio che viene da te, quel buono che non resta solo tuo e raggiungendomi nel mio bisogno mi cambia, rende migliore me non tanto perché ottengo ciò che chiedo ma perché potrò essere anch’io la risposta del tuo pregare.

In questa rubrica:La parola del parroco, In bacheca

II.

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