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La parola del parrocoIn bacheca

Domenica 27 marzo 2022 – IV di Quaresima C – Luca 15,1-3.11-32

I primi due versetti del vangelo di questa quarta domenica di quaresima sono l'apertura del capitolo 15 di Luca e quindi rappresentano anche l'introduzione alle altre due parabole della misericordia: la pecora e la moneta smarrite. Fin da subito è chiaro che si contrappongono due

I primi due versetti del vangelo di questa quarta domenica di quaresima sono l’apertura del capitolo 15 di Luca e quindi rappresentano anche l’introduzione alle altre due parabole della misericordia: la pecora e la moneta smarrite. Fin da subito è chiaro che si contrappongono due soggetti collettivi, da una parte pubblicani e peccatori, coloro che Gesù accoglie e con cui mangia e dall’altra scribi e farisei che, come sempre, hanno qualcosa da eccepire. Cosa non piace a questa gente, cosa non li convince, cosa li irrita? Cosa non accettano? Nella parabola Gesù li identificherà con il figlio più grande, quello che è sempre stato al suo posto e ha sempre fatto il suo dovere in ottemperanza alle direttive d un padre/padrone. Costoro rinnegano la fraternità, si rifiutano di riconoscere fratelli coloro che non stanno alle regole. Quello che il padre chiama “tuo fratello”, il più grande lo etichetta come “tuo figlio” disfacendosi così di una relazione che li teneva insieme in forza del rapporto con lo stesso padre. Chi è il figlio più piccolo, quello che se ne va, quello che prende le distanze? Non potrebbe essere colui che non concepisce più una certa idea di Dio, di religione: formale, legalistica…? Il figlio che resta è colui che sembra accettare, almeno apparentemente, un Dio così, ma alla fine lo contesta quasi invidioso per quanto ha scelto l’altro e offeso perché non si è sentito capito. Quegli scribi e farisei forse contestano Gesù perchè tratteggia un Dio che non riconoscono. È un padre che ha fallito quello della parabola, ed è quindi un’idea fallimentare di Dio quella che Gesù mette sul banco degli imputati. Chi è Dio? È colui che deve ritrovare il tratto materno della sua espressione. Sul foglietto settimanale abbiamo scelto come immagine una rivisitazione cromatica del famoso dipinto di Rembrandt, custodito all’Ermitage di San Pietroburgo. Sono mani diverse dicono gli esperti, quelle appoggiate dal padre sulla schiena del figlio inginocchiato davanti a lui. Una più nodosa, quella di destra e l’altra più gentile. È un Dio diverso quello che incontriamo nella parabola, perfino un Dio che si converte, un Dio che cambia, un Dio che riconosce il suo fallimento e si rigenera nell’identità tentando di aiutare i figli non solo a percepirlo nella novità, ad essere nuovi nel rapporto con lui ma soprattutto nel rapporto fra di loro. Torneranno forse a dirsi fratelli in forza di un altro volto di quel Dio che Gesù è venuto a rivelare, non il Dio castigamatti ma il Dio che si consegna alla nostra libertà, non il Dio che quella libertà la sequestra ma il Dio che è disposto a riaffidarcela. Il problema di scribi e farisei è non saperla usare, il problema di peccatori e pubblicani è usarla male quella libertà. Ma che non sia meglio il rischio di provarla quella libertà, rispetto al rischio di rimanere ingrugniti dentro l’esercizio ligio del nostro dovere, invidiosi per il fatto di non aver osato?

In questa rubrica:La parola del parroco, In bacheca

II.

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