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La parola del parrocoIn bacheca

Domenica 6 febbraio 2022 – V TOC – Luca 5,1-11

I pescatori erano scesi dalle loro barche e lavavano le reti, segno che il lavoro era finito, che la giornata si era conclusa, ma nel modo peggiore. Forse Gesù si è accorto che non è finita bene quella notte di pesca. Forse sale sulla barca di Pietro non a caso. […]

I pescatori erano scesi dalle loro barche e lavavano le reti, segno che il lavoro era finito, che la giornata si era conclusa, ma nel modo peggiore. Forse Gesù si è accorto che non è finita bene quella notte di pesca. Forse sale sulla barca di Pietro non a caso. È lì per la folla che gli sta alle calcagna e pende dalle sua labbra ma è lì anche per Pietro e gli altri che con lui hanno faticato inutilmente una notte intera. C’è una parola destinata solo a loro. Alle altre, quelle indirizzate alla folla, forse non hanno prestato attenzione, tanto cocente era la delusione del fallimento, tanto amaro il boccone da mandar giù per i risultati non conseguiti. Non è così a tratti anche per la vita nostra? Fatiche che non producono un risultato, patimenti che non maturano un frutto, aspettative continuamente deluse, incidenti di percorso che vanificano ogni sforzo. Ecco, lì dentro abbiamo bisogno di qualcuno che non ci affossi ulteriormente, che non ci faccia sprofondare ancora più in basso, che non ci apra un abisso se già abbiamo raschiato il fondo, di qualcuno che abbia la capacità di farci credere ancora alla forza che può sprigionare la vita. “Duc in altum” è la versione latina di quel “prendi il largo” del versetto 4 del vangelo di oggi, nell’originale greco suona così: “eis to batos” e significa un’altra cosa, che mi spiace si perda nella versione in italiano, cioè scendi nel profondo, abbassati, riconquista il tuo dentro e lì pesca. Che cosa tirar fuori? Dio non ti giudica, ci sta dicendo Gesù, Dio abita le tue profondità e desidera per te, magari con te, una decisa risalita, l’emersione dai tuoi bassifondi per riacciuffare l’aria che ti serve per fidarti ancora della vita, per tornare ad abitarla con speranza, per ridire senza troppi tentennamenti la parola futuro. E finirai per sorprenderti del fatto che le reti si possono ancora riempire tanto da smagliarsi e aprirsi sotto il peso esagerato e prepotente di risultati inattesi. Eis to batos, parola che torna a riempirci gli orecchi perchè possiamo desiderare ripartenze senza rischiare di soccombere sotto il peso della nostra indegnità e perché possiamo farci umili maestri per altri di percorsi di ascesa da certi abissi, di risalita da certe minacciose profondità. Ecco cosa significa diventare pescatori di uomini: recuperare dall’abisso e far conoscere la possibilità di altra fecondità. Come Paolo sentiamo di poter dire con gratitudine: “sono quello che sono”, perché la grazia di Dio che è con me non è stata vana. Batos, la parola greca citata richiama al battesimo, alla vita, oggi ne celebriamo la giornata. Andare a fondo significa sì sprofondare e perdersi ma anche scandagliare le profondità per cercare tesori e riportarli in superficie. Il nostro battesimo sia starci dentro per venir fuori al meglio.

In questa rubrica:La parola del parroco, In bacheca

II.

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