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La parola del parrocoIn bacheca

Domenica 6 luglio 2025 – XIV TOC – Luca 10,1-12.17.20

Siamo sempre meno, siamo sempre meno incisivi, contiamo sempre meno, ci danno sempre meno retta e come possiamo dire col vangelo di oggi: "La messe è abbondante"? Non è di fatto il contrario? Gli indici di gradimento non ci vedono sempre sul podio, l'adesione al fatto religioso è

Siamo sempre meno, siamo sempre meno incisivi, contiamo sempre meno, ci danno sempre meno retta e come possiamo dire col vangelo di oggi: “La messe è abbondante”? Non è di fatto il contrario? Gli indici di gradimento non ci vedono sempre sul podio, l’adesione al fatto religioso è sempre più a intermittenza, è sempre più legata all’occasionalità, alla convenienza, è ancora prevalentemente risposta al bisogno sociologico di stare dentro il recinto religioso, i giovani ci snobbano ormai da tanto. Il parterre è affollato di agenzie che “vendono” un prodotto, simile a quello che abbiamo offerto finora ma di gran lunga migliore del nostro. Siamo sempre meno competitivi e appetibili. Tanti fanno quello che facciamo e meglio di noi, con più qualità, con più professionalità, con più competenza. Ma allora? Se ci pensiamo come gli eredi di quei settantadue inviati, di quei tali che Gesù invita ad andare, domandiamoci seriamente: come andare e soprattutto verso cosa e chi andare? La messe abbondante è l’uomo, non necessariamente l’uomo di chiesa, non gli adepti, gli iscritti, non i nostri. L’uomo nella vastità della sua provenienza, nella varietà della sua condizione, nella molteplicità della sua sensibilità. Andare all’uomo per incontrarlo dov’è e com’è. Questo oggi il vangelo domanda anche a me, proprio a me. Perché invece gli operai rischiano di essere contati, misurati, perfino scarsi. Non la messe, gli operai! E perché sono pochi, forse perché non vogliamo fastidi, perché ci bastano le nostre rogne, perché non vogliamo portare o condividere il fardello di altri. E cosa portare all’uomo se non la promessa che la pace possa scorrere come un fiume, l’abbiamo letto da Isaia. La pace a chi transita dentro la fatica, la paura, l’incertezza. La pace a chi sosta nel pantano di relazioni claudicanti. La pace a chi non riesce a scrutare se non orizzonti già troppo chiusi. La pace a chi non vede altri sbocchi, altre soluzioni, altre strade, altre possibilità. L’uomo è la messe a cui andare e se volete l’uomo che resta scarto, come il grano in un campo già mietuto, il grano dei bordi, dei margini o le spighe già provate e piagate dai venti. E allora entriamo nel mondo come gli spigolatori o le spigolatrici, qui ci aiuta visivamente il quadro di Millet, cioè come coloro che tornano nel campo dopo la mietitura per raccattare gli scarti, quello che non è stato visto, quello che altri occhi hanno giudicato abbandonabile, trascurabile, inservibile, impresentabile, inutile. Ci siamo per questo, per dare dignità all’umano di tutti. La chiesa c’è e c’è soprattutto per questo. Là dove non si mostrano i muscoli ma si chiede permesso, la dove non si sgomita, la dove tutti sono armai spariti perché, dai, a chi interessano gli scarti?

In questa rubrica:La parola del parroco, In bacheca

II.

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