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La parola del parrocoIn bacheca

 Pasqua di Risurrezione – Domenica 17 aprile 2022 – Giovanni 20,1-9

Mi frullava in testa un'idea che forse ha avuto la sua genesi nella notizia che una persona che mi è tanto cara non sta più insieme col tipo che frequentava da qualche mese. La fa star male, tanto, e per lei è come una morte; piange, si fa domande, è […]

Mi frullava in testa un’idea che forse ha avuto la sua genesi nella notizia che una persona che mi è tanto cara non sta più insieme col tipo che frequentava da qualche mese. La fa star male, tanto, e per lei è come una morte; piange, si fa domande, è triste, si sente persa, sola. È tutto ciò che genera anche la morte. Ma morte è tante cose, è il dramma inaudito a cui assistiamo da ormai due mesi, il cui palcoscenico è la terra ucraìna. È la disperazione di chi in qualche casa, o nella stanza di qualche ospedale, annusa l’odore di una morte che si approssima ed è pronta a mietere il suo raccolto. È l’incubo di chi si sveglia ogni mattina e combatte inutilmente con la fatica di offrire senso al giorno che si apre e non vede l’ora di ingoiare la pillola che riabbassa il sipario e ottunde la mente, la mette in pausa, l’anestetizza almeno per qualche ora. Cosa vorrei tentare di dire? Forse un’assurdità. È necessario il dolore per approdare alla Pasqua. Nei vangeli spesso si ritrova l’espressione: era necessario, doveva… in relazione al soffrire di Gesù. Il dolore necessario. L’abbiamo sperimentato tutti credo. Certo il dolore può inacerbirci, può incattivirci, può abbruttirci ma può anche trasformarci, se è accolto come l’irrinunciabile passaggio ad un di più, ad un oltre. A volte si tratta di migrazioni lunghissime, di transumanze interminabili, di traversate che sembrano non avere fine. Ma se fosse quel dolore a forgiare la nostra bellezza? “Facciamo tesoro delle ferite che ci hanno segnato nel corso della nostra vita perché possano diventare prezioso materiale di risurrezione”. (P. Scquizzato). Credo possa diventare vera questa frase, non è lo in assoluto, lo diventa, se siamo disposti a transitare con speranza dentro la fatica, magari in passaggi che non sono eroicamente solitari ma umilmente condivisi. La liturgia di Pasqua nel prefazio ci fa dire: “Con i segni della passione vive immortale”. Leggevo che la nostra non è la fede nel Crocifisso che è risorto ma nel Risorto che resta il Crocifisso. È diverso, se mi capite. “Il vangelo ci dice che tutto il materiale di scarto, dalla Pasqua di Cristo in poi, è possibile trasformarlo in pietra angolare”. Le vite di tanti, credo poggino sul fondamento di un dolore attraversato con fede, alimentato alle sorgenti della speranza. È quello che ho sentito in questi giorni di dialogo con alcuni che sono venuti ad attingere misericordia. Nel dolore si affonda, ci si perde, ci si annienta. Ma nel dolore forse ci si ritrova anche. Si passa ad altro, si va oltre. Anch’io l’ho sperimentato in tante occasioni. È l’augurio che ci facciamo, che il dolore che ci tocca, che ci raggiunge anche se non lo cerchiamo, guai se lo cerchiamo e se in esso ci crogioliamo, sia il punto di partenza per ogni Pasqua, sia la miccia che innesca ogni nuovo inizio.

In questa rubrica:La parola del parroco, In bacheca

II.

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